La proposta di Brunetta sulle pensioni rosa
La Newsletter di Forum PA contiene un editoriale del Direttore Generale, Carlo Mochi Sismondi, sul recente annuncio del Ministro Brunetta di voler innalzare a 65 anni l’età pensionabile per le donne. È anche l’occasione per pubblicizzare un sito di Forum PA completamente dedicato alla donna e alle pari opportunità.
Interessante il riassunto delle posizioni tenute da diversi Ministeri sull’argomento: tutti daccordo sulla necessità del provvedimento (che serve a sventare una possibile sanzione UE) ma qualche distinguo nei dettagli operativi, come ad esempio la divergenza di opinioni fra la Ragioneria Generale dello Stato (parrocchia Tremonti, per intenderci) che propone di estendere la norma anche al settore privato, e il Ministero del Welfare (parrocchia Sacconi) che invece intende limitare il provvedimento al settore pubblico, il che basta ad accontentare Bruxelles, senza disturbare quello privato (forse perchè lì si pensa che ci sia bisogno del contrario, cioè rispedire a casa personale “maturo” il più presto possibile?) Il Ministero delle Pari Opportunità (Carfagna) ha - opportunamente! - richiesto che le risorse finanziarie liberate dal provvedimento vengano reimpiegate per potenziare programmi di promozione della donna nel mondo del lavoro. Brunetta si è preso l’onere di mettere daccordo tutti (compreso se stesso, visto che la faccenda ha qualche vago legame con le problematiche di efficienza/economicità della PA...) Se aggiungiamo le critiche (fino a vere e proprie sollevazioni) arrivate da più parti, dobbiamo constatare - come sempre accade in tempi di congiuntura sfavorevole - che la coperta è corta e scopre fatalmente una parte (più o meno nobile) del corpo.
In proposito, sarebbe interessante sentire la voce delle gentili signore che leggono e scrivono qui.




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Commentadi Matteo Losi
08 Gennaio 2009
Riporto un altro contributo la www.lavoce.info
di Sandro Gronchi 05.01.2009
La proposta del ministro Brunetta di elevare a sessantacinque anni l'età pensionabile femminile è corretta, ma parziale. Occorre un riordino generale dei requisiti di accesso alla pensione che rimuova gli errori del protocollo del 23 luglio 2007, tanto gravi quanto quelli in precedenza commessi dal governo Berlusconi. Il modello Ndc italiano è oggi l'unico in Europa a non fare esclusivo riferimento a una fascia d'età pensionabile indifferenziata per genere. Ne risulta offeso il principio di flessibilità, attributo fondamentale del sistema contributivo. Il modello pensionistico Ndc (notional defined contribution), in Italia noto come “sistema contributivo”, fu sviluppato in Europa nei primi anni Novanta allo scopo di garantire la corrispettività, che gli svedesi chiamano actuarial fairness, ovvero la corrispondenza fra contributi e prestazioni. In verità, il modello persegue una molteplicità di ulteriori obiettivi, fra i quali la flessibilità del pensionamento intesa come libera scelta dell’età di uscita entro una fascia predeterminata. La flessibilità si concilia con la corrispettività in quanto chi sceglie di andare in pensione prima lo fa “a proprie spese”, accettando una prestazione inferiore che, percepita più a lungo, restituisce pur sempre i contributi versati.
IL PUNTO DELLA FLESSIBILITÀ
La flessibilità fu cruciale per l’accoglimento del modello contributivo nell’Italia del 1995, ancora impegnata a estrarre dal suo fianco la spina dolente delle pensioni di anzianità, passate indenni sotto le forche caudine della riforma Amato del 1992. Nel 1994 ci aveva provato il primo governo Berlusconi proponendo “disincentivi” che riuscirono solo a portare in piazza un milione di lavoratori. Un anno dopo, il modello Ndc offrì al governo Dini una ghiotta alternativa professando l’idea di una “pensione flessibile” nel cui alveo si dissolvevano i tradizionali istituti dell’anzianità e della vecchiaia.
La riforma Ndc italiana, la prima in ordine cronologico, optò per la fascia compresa fra 57 e 65 anni, mentre le successive riforme europee adottarono, più opportunamente, fasce meno precoci. In particolare, la Svezia previde un’età minima di 61 anni e la Polonia di 65. Ovunque fu adottata una fascia indifferenziata per genere. La ragione è semplice: in un modello pensionistico in cui l’anticipazione del pensionamento è a spese dei lavoratori, piuttosto che del sistema, una fascia maschile più avanzata di quella femminile si risolverebbe in una insensata “tutela” degli uomini, cui non sarebbero consentiti oneri così gravi come quelli sopportabili dalle donne.
La riforma Dini disciplinò la transizione, destinata a protrarsi fino al 2035, in piena coerenza con la scelta di regime. Per accedere alla pensione di anzianità, prima ottenibile solo con 35 anni di contributi, fu addizionalmente richiesta l’età minima di 57 anni per evitare che i lavoratori “retributivi” e “misti” maturassero il diritto a pensione in età inferiore a quelli “contributivi”. Meno felice fu l’intervento sull’età femminile di vecchiaia: i 65 anni del settore pubblico furono ricondotti ai 60 che la riforma Amato aveva stabilito per il settore privato. L’opposto sarebbe stato preferibile, ma la concessione non snaturò il significato generale delle scelte compiute che, a regime, avrebbero posto fine a ogni differenziazione per genere delle regole di uscita.
COSTRUIRE UN DISEGNO ORGANICO
A distanza di pochi anni, due governi sono reintervenuti in materia. Le regole oggi in vigore, pattuite col protocollo del 23 luglio 2007, si rivolgono a tutti i lavoratori senza più distinguere quelli retributivi e misti da quelli contributivi. A far tempo dal 2013, gli uomini potranno andare in pensione a 61 anni d’età con 36 di anzianità, oppure in età compresa fra 62 e 64 anni con 35 di anzianità, oppure a 65 anni con qualunque anzianità. Le donne potranno andare in pensione fra 60 e 65 anni con qualunque anzianità. Infine tutti i lavoratori, a prescindere dal genere, potranno andare in pensione a qualunque età vantando un’anzianità di 40 anni.
Così stando le cose, il modello Ndc italiano si distingue per essere l’unico a non fare esclusivo riferimento a una fascia d’età pensionabile indifferenziata per genere. Ne risulta offeso il principio di flessibilità che, oltre a essere internazionalmente riconosciuto come un connotato imprescindibile del modello Ndc, era stata una delle ragioni che avevano indotto l’Italia a scegliere quel modello.
Se preoccupazioni di bilancio (impreviste nel 1995?) consigliavano di reintervenire, occorreva farlo preservando il metodo di lavoro inaugurato dal governo Dini. In primo luogo, la fascia d’età pensionabile dei lavoratori contributivi doveva essere ridisegnata e non abbandonata in favore di regole eccentriche, ma soprattutto estranee alla logica Ndc. Ragionevole sarebbe stato mutuare la fascia svedese da 61 anni a 67. In secondo luogo, occorreva disciplinare coerentemente la transizione e perciò:
· per la pensione di anzianità richiedere, in aggiunta ai 35 anni di contribuzione, l’età minima della nuova fascia,
· all’interno di quest’ultima, scegliere la nuova età di vecchiaia dei lavoratori retributivi e misti.
Ove si fosse mutuata la fascia svedese, l’età di vecchiaia maschile (65 anni) sarebbe stata “tecnicamente confermabile”, mentre quella femminile (60 anni) avrebbe dovuto salire di almeno un anno. A Renato Brunetta vorrei amichevolmente suggerire di inquadrare la sua proposta, portatrice di valori condivisibili sul piano generale, in un disegno organico che ponga rimedio agli errori commessi e restituisca “senso alle cose”.
di
Sandro Gronchi
05.01.2009
fonte: http://www.lavoce.info/articoli/pagina1000843.html
di Matteo Losi
23 Dicembre 2008
Mi permetto di copiare un articolo che ho trovato in una delle riviste "da donna" a mio avviso più interessanti sul mercato oggi: Vanity Fair. L'articolo è di Daria Bignardi e parla ovviamente della proposta Brunetta sulle pensioni rosa. Sentite cosa dice ... e non mi sembra affatto lontano dal graziapensiero.
Lavorare fino a 65 anni? Anche più, se ci fosse parità vera
Brunetta lo conosce il «pacchetto» che tocca quotidianamente a noi donne?
Facciamo finta che quella del ministro Brunetta sull’equiparare l’età della pensione di uomini e donne non sia una cosa seria, che sia solo una provocazione, una battuta, o una distorsione dei media. Facciamo finta che non ci siano lavori che spezzano la schiena e risucchiano l’anima, e facciamo anche finta che, se decidessimo di equiparare i diritti di uomini e donne, dovremmo cominciare dai salari e dall’accesso al lavoro e non dall’età della pensione. Facciamo finta che la Corte europea, che chiede l’equiparazione, non abbia chiesto anche un sacco di altre cose delle quali il governo se ne infischia. Facciamo finta che in Italia non ci sia un’ostinata mancanza di attenzione ai problemi delle donne, che non manchino gli asili nido, che non ci siano mariti separati che non mantengono i figli, facciamo finta soprattutto, anche se per farlo dobbiamo prendere psicofarmaci o farci ipnotizzare, che in Italia la cura della famiglia sia equamente divisa tra maschi e femmine.Facciamo finta, ma solo finta, che quello del lavoro non sia un problema troppo serio per scherzarci sopra, e gridiamo a Brunetta il nostro: «Magari!». Magari, caro ministro, le donne potessero andare in pensione non a sessantacinque ma a cento anni. Trenta milioni di Rite Levi Montalcini, fresche di parrucchiere, sorridenti e innamorate del proprio lavoro. Per la maggior parte delle donne, tranne quelle che fanno lavori orrendi o usuranti, tranne quelle che sono sfruttate, lavorare è una vacanza, un diversivo, una passeggiata rispetto al pacchetto all inclusive che tocca loro dal momento in cui decidono di farsi una famiglia (ma anche alle single incallite tocca prima o poi, perché prima o poi i genitori anziani li hanno tutti, o almeno lo si spera, e di uomini che si prendono cura quotidianamente dei bisogni dei genitori ce ne sono in giro pochi). Se non arrivassero al lavoro già mezzo morte per essersi alzate prestissimo a fare un po’ di lavori di casa, passare dal supermercato e accompagnare i figli a scuola prima di andare in ufficio, se durante la giornata non dovessero tenere un compartimento di attenzione sempre acceso sugli orari di scuola dei figli, chi li va a prendere, chi li porta in piscina, se hanno preso la medicina, che cosa si mangia stasera, chi va a ritirare i maglioni in tintoria, quante ore ha fatto questo mese la baby-sitter e quante la badante del nonno, e devo fare il bancomat perché la baby-sitter non prende gli assegni, e la donna a ore ha le vampate della menopausa e i figli che la fanno dannare e non stira più, e bisogna comprare la sabbia del gatto, e sono finiti i succhi di pera per la colazione di Ciccio, e Ciccia che è in prima media alle due che cosa mangia, e sarà asciutta la tuta che domani è già giovedì e ha ginnastica? Ma, anche con una porzione di cervello sempre rivolta agli esseri adorati ai quali vorremmo dare il meglio di noi, e ai quali a volte diamo il peggio tanto siamo frantumate, lavorare ci piace un sacco, e ci viene anche molto bene. Non dico meglio, caro ministro, perché sembro di parte. Però lo penso. Ma questa è un’altra storia.
Su Vanity Fair n. 51/2008
di Grazia Bruschi
23 Dicembre 2008
Giusto per farci due risate di fine anno, ricordo una performance di Lella Costa, che raccontava la giornata tipica di una donna che lavora e che al contempo deve essere custode del focolare, mamma premurosa, moglie affettuosa, amante focosa. L'amico, dopo aver sentito il racconto, la guarda sbigottito e le domanda "mio dio ma come fai a fare tutto?" La donna lo guarda e risponde con nonchalance: io?...sniffo! :-)
di Grazia Bruschi
22 Dicembre 2008
Purtroppo la coperta corta scopre sempre le parti più svantaggiate, e questo non mi pare debba essere prerogativa di un "buon governo", che lascia invece ben coperti solo gli interessi personali di chi è al potere. Ma, fuor di polemica (anche se si tratta di semplicissima ed evidentissima verità sotto gli occhi di tutti quelli che voglion vedere, ahinoi), per tornare all'argomento della tua domanda, non posso che dirti che l'età pensionabile a 65 anni di per sè non ha nulla che possa suscitare una riprovazione da parte mia, che fortemente credo nelle pari opportunità dei diritti e dei doveri. Purtroppo qui pare sempre che sui doveri siamo sempre tutti d'accordo, non solo nella teoria ma anche nei fatti, mentre sui diritti si rimane sempre e solo in una rosea sfera di buone intenzioni. Che quindi Brunetta e la bella Ministra si adoperino per prevede misure per promuovere l’occupazione femminile e favorire la conciliazione fra lavoro, maternità e carriera. Perché è proprio qui il problema, nella maternità che è ancora un ostacolo all’accesso al mercato del lavoro, alla carriera e alla realizzazione delle donne in un lavoro gratificante. Le donne oggi, pur essendo più istruite, guadagnano anche il 25% in meno dei loro colleghi uomini, non accedono a posizioni di leadership, hanno spessissimo contratti precari, non possono beneficiare di strutture adeguate per la gestione dei figli (vedi asili nido). Tutte le volte che ottengono risultati lo fanno al prezzo di uno sforzo personale e spesso famigliare di cui pagano un duro scotto. Lasciami dire comunque, caro Romano, che - come accade spesso in questo periodo - mi pare che l'attenzione anche in questo caso venga spesso posta su temi che possono avere soluzioni evidenti e visibili (vedi tornello) come per distogliere dal problema reale che ci affligge tutti, uomini e donne, settore pubblico e privato, imprenditori, lavoratori autonomi e dipendenti: come uscire dalle crisi? Spero veramente che il governo ci sorprenda e inizi davvero a lavorare seriamente su questo, mettendo intorno a un tavolo maggioranza, opposizione e parti sociali per provare ad affrontare la crisi economica in corso. Purtroppo temo che, mai come in questo caso, la speranza sia solo una seccatrice che ci segue indomita, ma conto che nel breve al suo fianco ci accompagni il coraggio di non restare sempre e solo semplici e lamentosi osservatori/trici di ciò non funziona in questo Paese.
Grazia Bruschi
di Grazia Bruschi
22 Dicembre 2008
per completezza e arricchimento allego un utile link, spunto di riflessione per tutti i "generi"
http://www.weforum.org/pdf/gendergap/report2008.pdf
Grazia Bruschi
di romano_sap
23 Dicembre 2008
Il rapporto del W.E.F. sullo stato dell’arte del “gender-divide” è ancora una volta assai deprimente per il nostro Paese. Su 130, siamo al 67° posto (a dispetto della nostra appartenenza ai vari G-come-Grande) con un punteggio di 67,9 (fatta 100 la completa parità uomo-donna) in confronto all’82,4 della Norvegia (toh, le nordiche, manco a dirlo!) e il 46,6 dello Yemen.
Andiamo (cioè le donne italiane vanno) meglio nel campo dell’educazione scolastica e della presenza in politica (posizioni 43 e 46 rispettivamente) mentre siamo molto più indietro nelle aree relative ad opportunità economica e a salute (posizioni 85 e 83).
Il rapporto pubblicato nel 2008 fa dei confronti fra le rilevazioni degli ultimi 3 anni (che possiamo identificare come 2007-6-5, considerando i tempi tecnici che la ricerca richiede). È interessante qui notare come l’Italia sia fra i Paesi che più ha migliorato in senso assoluto (+3,3 punti) fra 2005 e 2007. Che quello sia stato l’intervallo temporale “prodiano” fra due legislature dominate dal centro-destra può essere una pura combinazione... o la manifestazione di un preciso nesso causa-effetto (ma lo scopriremo solo più avanti).
La Francia in questo stesso periodo - grazie a Sarkò-Carla? - ha fatto passi straordinari: 70, 51, 15 (posizione in classifica) e +8,2 (punteggio). Parbleu, Mesdames!